Il norvegese Foss è il vincitore della celebre corsa per Under 23.
Il Tour de l’Avenir 2019 si chiude con il successo di Tobias Foss – prima vittoria in carriera per lui nella classifica generale di una corsa a tappe – davanti all’italiano Giovanni Aleotti, secondo a 1’19”, e al belga Ilan Van Wilder, terzo a 2’34”. Ci sono state diverse sorprese lungo le strade di Francia, come si conviene a una corsa Under 23, tra ribaltoni, ritiri e pronostici non mantenuti. Ma, ahinoi, abbiamo assistito anche a una tre giorni finale resa un po’ piatta e insipida dal chilometraggio delle tappe di montagna e da un atteggiamento in corsa che ha ricordato quello che si vede spesso e volentieri tra i professionisti del World Tour: da una parte la lotta per la vittoria di tappa, dall’altra le posizioni di vertice rimanevano cristallizzate e ognuno provava come poteva a difendere il proprio piazzamento.
La corsa è stata condizionata anche dalle numerose assenze tra i possibili pretendenti alla vittoria finale: Ardila, Leknessund, McNulty, Juan Pedro López e Almeida sono i primi che ci vengono in mente. Ci sono stati poi diversi ritiri a gara in corso – Rubio, Pidcock e Inkelaar su tutti – e altri ottimi corridori arrivati all’appuntamento con una forma approssimativa, come nel caso di Bagioli e in generale dei colombiani. Una corsa caratterizzata, infine, anche da un percorso mediocre, elemento imprescindibile ai fini di una giusta lettura della stessa.
Il norvegese porta a casa il Tour de l’Avenir grazie a una condotta regolare, attenta e d’esperienza. Il biondo portacolori della Uno-X-Norwegian Development, infatti, è al suo quarto anno tra gli Under 23 e in questa corsa si era già classificato settimo nel 2017 e nono nel 2018. È nato quattro mesi dopo Bernal e soltanto questo dovrebbe bastare a far capire quanta differenza ci sia tra alcuni corridori del ’97 e del ’98 che gareggiano a tempo pieno tra i professionisti e quelli che si rendono protagonisti tra gli Under 23 in questo 2019. Tenendo bene a mente il principio secondo il quale due frutti diversi non maturano nello stesso momento, nessuno conosce il futuro e potrà dire se ad esempio lo stesso Foss – coetaneo anche di Sivakov, più grande di un anno di corridori come Hirschi, Pogačar o McNulty – potrà diventare protagonista nel World Tour. Tuttavia, i segnali lanciati in queste stagioni tra gli Under 23 sono eloquenti. Il norvegese è un corridore completo che si difende anche nelle corse di un giorno; eccelle in alcuni campi – ottime capacità nella guida del mezzo, abile discesista – ma resta tutto sommato nella media: buon passista, discreto scalatore, adatto anche alle corse di un giorno, ma potrebbe non avere grandi margini di crescita. Nel 2020 passerà professionista con la Jumbo-Visma, una squadra che sta continuando a rinforzarsi per i grandi giri; per Foss si tratta di un’occasione irripetibile per ritagliarsi un ruolo da protagonista – o gregario di lusso – nelle corse a tappe.

Se Foss può scrivere il suo nome nell’albo d’oro di questa corsa – primo norvegese della storia -, una parte del merito va al compagno di squadra Torjus Sleen. Sleen, come Foss, ha già compiuto ventidue anni; forte soprattutto a cronometro, nelle ultime giornate di corsa monopolizzate dalle salite è sempre stato vicino alla maglia gialla, rendendo il successo del connazionale, compagno di club e amico – i due vivono assieme a Girona – sicuramente più semplice. Il lavoro svolto da Sleen è sicuramente uno dei fatti più interessanti del Tour de l’Avenir 2019.
Alle spalle di Foss arriva Giovanni Aleotti, il quale ci permette così di aprire il discorso sulla spedizione azzurra in terra di Francia. Aleotti si conferma un corridore dai margini di miglioramento ancora ampi e tutti da scoprire, dimostrando di essere l’Under 23 progredito maggiormente da inizio stagione. Il classe ’99 emiliano, che difende i colori del Cycling Team Friuli, sta andando forte da aprile e infatti si è piazzato con continuità tanto nelle prove nazionali quanto in quelle internazionali; eppure prima di questo risultato lo si conosceva principalmente per la sua attitudine alle gare vallonate e agli attacchi da lontano.
Al Tour de l’Avenir era partito con questo ruolo e con il senno di poi la fuga nella quarta tappa si sarebbe rivelata fondamentale per guadagnare quel margine che gli ha permesso di salire sul podio. Avrebbe dovuto correre in supporto ad Andrea Bagioli e invece, giorno dopo giorno, è migliorato anche in salita, tenendo la ruota dei suoi avversari e staccandone diversi più quotati di lui in montagna. Le domande ora sorgono spontanee: nel 2020 lo vedremo correre tra i professionisti? E fin dove potranno spingerlo i margini di miglioramento?

La nazionale di Amadori corre da protagonista dal primo all’ultimo giorno di corsa, diventando anche leader, per diversi giorni, della classifica per team – poi vinta dal Belgio. Stefano Oldani si piazza negli sprint iniziali ed è fondamentale sia nella cronometro a squadre – dove l’Italia ottiene un ottimo quarto posto – sia nel supportare Aleotti e Samuele Battistella. Quest’ultimo è reduce da una stagione di qualità, ma lunga e dispendiosa, che gli varrà anche il salto nel World Tour: per diverse tappe è in grado di poter abitare ai piani alti della classifica generale, ma nell’ultima tappa un problema meccanico gli fa perdere minuti preziosi e il quinto posto, costringendolo fuori dai dieci. Se Filippo Conca e Alessandro Covi si ritirano a causa di incidenti di corsa quando erano oramai fuori classifica, Andrea Bagioli dice addio ai sogni di gloria per via di una caduta che lo estromette dalla lotta per la maglia gialla e che condiziona il resto della sua campagna. Un vero peccato per quello che, almeno alla vigilia, era considerato il favorito numero uno insieme a Einer Rubio – ritirato.
Il terzo gradino del podio è invece occupato da Ilan Van Wilder, autore di una corsa regolare e di sostanza. Il belga, rivale di Evenepoel tra gli juniores, è il 2000 che ha raccolto il miglior piazzamento nella classifica generale, capace di strappare un podio importante per la nazionale belga; l’altro talento belga, Vansevenant, era andato in grande crisi mentre indossava la maglia gialla nella brevissima tappa di Méribel e ha dovuto accontentarsi del sesto posto finale. A proposito dei 2000, è da segnalare la vittoria di tappa dell’irlandese Ben Healy, che anticipa i suoi compagni di fuga nella quinta frazione, un caparbio Jacob Hindgsaul Madsen, che non ha mai accantonato l’idea di provare a entrare nella fuga di giornata – spesso riuscendoci – e il quinto posto nell’ultima frazione di Biniyam Ghirmay, eritreo ancora tutto da scoprire capace in stagione di battere allo sprint Bonifazio, Manzin, Greipel e Vendrame, in una tappa de La Tropicale Amissa Bongo e lo scorso anno di superare in una volata a due Remco Evenepoel, in una corsa in Belgio, dopo aver resistito ai suoi attacchi.
Ai piedi del podio si piazza Clément Champoussin. Il francese prova a rompere gli schemi e a ribaltare le sorti della corsa nelle ultime giornate, ma lo fa con azioni naïf e inconcludenti e non ottiene nulla: né un successo di tappa, né il podio, né tantomeno la maglia a pois, quest’ultima conquistata dallo spagnolo Jon Agirre, classe 1997, grazie ai punti ottenuti nell’ultimo fine settimana di corsa.
Al quinto posto c’è il tedesco George Zimmermann. Corridore molto interessante, nato nel 1997 e portato maggiormente per le corse di un giorno, prima di questa corsa ha firmato con la CCC, nella quale correrà dal 2020. La sua presenza tra i migliori nelle frazioni alpine fa capire quanto il livello di questo Tour de l’Avenir, alla voce uomini da classifica generale, non sia stato eccelso – senza nulla togliere ai protagonisti, si capisce. Detto di Mauri Vansevenant al sesto posto, chiudono la top ten i seguenti nomi: il lussemburghese Michel Ries, settimo, autore di un gran finale di corsa; Jhojan Garcia, il migliore dei colombiani in classifica generale eppure mai realmente in evidenza; l’ecuadoriano Jefferson Cepeda, nono e fresco di firma con l’Androni Giocattoli-Sidermec, vincitore dell’ultima tappa; e infine Lars van den Berg, che conclude decimo nella sorpresa generale, considerando che gli olandesi da cui ci si attendeva molto erano Inkelaar – ritiratosi a causa delle botte rimediate in una caduta – e Arensman – secondo lo scorso anno e sempre più oggetto misterioso in questo 2019.

Meritano sicuramente una menzione gli ungheresi: Attila Valter, tredicesimo, vince la tappa di Tignes con un’azione di forza sulla salita finale, mentre il coetaneo Barnabás Peák, promesso sposo della Mitchelton-Scott per il 2020, cresce tappa dopo tappa e chiude al quindicesimo posto. Anche in quest’ultimo, come nel caso di Aleotti, si è vista una decisa crescita nelle corse a tappe e i margini restano tutti da scoprire.
Tra i protagonisti della corsa non possono passare certo inosservate le prestazioni del solido Stefan Bissegger, trascinatore della sua Svizzera nella cronosquadre, capace di vincere una frazione al termine di un convulso sprint in leggera salita e ancora protagonista nelle frazioni di montagna. Il classe ’98 di Weinfelden conferma di essere uno degli Under 23 più interessanti e completi del panorama. Non da meno è la corsa dell’americano Mateo Jorgenson: vincitore della classifica a punti, prima di crollare nella penultima tappa era saldamente sul podio, e tutto questo portando i segni di un grave incidente occorsogli alla Parigi-Roubaix di qualche mese fa.
Infine citiamo tutti gli altri vincitori di tappa: i britannici Hayter e Wright – a segno qui, come al Giro -, il colombiano Tejada – neo acquisto dell’Astana -, l’australiano Evans – nella mini tappa di Méribel – e il danese Norsgaard Jorgensen nella prima frazione. Quella del passista danese è stata una delle azioni più interessanti dal punto di vista tecnico: a lungo in fuga, prima in compagnia e poi da solo, ha resistito al ritorno di un gruppo ancora numeroso e fresco, andando a conquistare così tappa e maglia sul traguardo di Marmande.
Foto in evidenza: ©Tour de l’Avenir / Elisa Haumesser, Facebook