Il movimento ciclistico italiano non è in crisi

O l’Italia non sta così male oppure ogni movimento è in difficoltà.

 

 

Guardare in casa degli altri potrà non essere elegante, ma talvolta è inevitabile: per farsi forza, per consolarsi, per misurare la distanza e l’intensità con le quali ogni famiglia vive le sue vicissitudini. Tuttavia, così come l’invidia, nemmeno guardare in casa degli altri può essere considerato sgarbato a priori: la differenza la fanno il modo e le intenzioni.

Dopo questa breve introduzione da romanzo inglese di fine ottocento, riportiamo il discorso nel nostro recinto: perché a noi italiani dovrebbe importarci dello stato di salute degli altri movimenti ciclistici? A dire la verità, i motivi sono diversi: per imparare, nel bene e nel male; per confrontare i risultati, i numeri, le sensazioni, i progetti; per aggiustare il tiro, per guardare alle cose di casa nostra con occhi diversi.

Per essere chiari: affermare che l’ultima stagione è stata incolore per il nostro ciclismo, o che il movimento italiano è in crisi, o che tutto ruota intorno al solo Vincenzo Nibali, ci sembrano delle castronerie. Non so se anche gli stranieri sono così, se fanno come noi italiani, ora disfattisti e ora entusiasti senza un accenno di logica.

Non di solo Nibali vive il ciclismo italiano. ©Claudio Martino, Wikipedia

Se c’è un momento degli ultimi anni in cui criticare il ciclismo italiano è fuori luogo, è questo. Alberto Bettiol ha vinto il Giro delle Fiandre, Elia Viviani è uno dei velocisti più forti del mondo ed è diventato campione europeo succedendo a Matteo Trentin, secondo all’ultimo campionato del mondo – quarto, invece, Gianni Moscon. Vincenzo Nibali è arrivato secondo al Giro d’Italia e ha vinto una tappa al Tour de France, dopo aver concluso tra i primi dieci tanto alla Milano-Sanremo quanto alla Liegi-Bastogne-Liegi, classica monumento che Davide Formolo ha concluso al secondo posto.

Diego Ulissi è stato terzo alla Freccia Vallone, Alessandro De Marchi settimo all’Amstel Gold Race. Giulio Ciccone ha vinto la maglia di miglior scalatore al Giro d’Italia, riuscendo ad indossare per due giorni anche quella gialla del Tour de France. Tra Giro d’Italia e Tour de France, i portacolori azzurri hanno vinto otto tappe: Masnada, Benedetti, Cataldo, Ciccone e Cima in Italia; Viviani, Trentin e Nibali in Francia. Valerio Conti ha indossato la maglia rosa per sei giorni consecutivi. Filippo Ganna ha raccolto la medaglia di bronzo nella prova a cronometro dei campionati del mondo, Edoardo Affini in quella dei campionati europei.

I corridori italiani che nel 2019 hanno fatto parte del World Tour sono cinquanta – cinquantatré considerando anche Konychev, Mosca e Dalla Valle, aggregati rispettivamente alla Dimension Data, alla Trek-Segafredo e alla UAE-Emirates a partire dal primo agosto. Più di ogni altra nazione: seguono infatti il Belgio con cinquantadue e la Francia con quarantasei; la Gran Bretagna ne annovera ventiquattro, la Colombia diciannove.

E potremmo continuare ancora elencando le vittorie della Bastianelli, di Battistella, di Dainese, di Aleotti, di Andrea Bagioli, di Tiberi, di Piccolo, della Arzuffi e il fondamentale apporto di Cecchini, Longo Borghini, Paternoster, Cavalli, Balsamo, Confalonieri, Guazzini, Consonni (entrambi, Simone e Chiara), Lamon, Scartezzini, Bertazzo, Lechner. No, al netto di mancanze ed errori, il 2019 è il momento peggiore per sminuire i risultati e il lavoro del movimento ciclistico italiano.

©Giro d’Italia, Twitter

La domanda che sorge spontanea è la seguente: si vuole forse sostenere che il ciclismo italiano è in salute e che non ha problemi? Magari non ne avesse. E se anche non scoppiasse di salute, sicuramente non è in declino, non è marcio, non è in crisi. La questione, ribaltandola, potrebbe essere affrontata così: se il movimento ciclistico italiano raccoglie questi risultati e viene giudicato claudicante, cosa si dovrebbe dire degli altri principali movimenti ciclistici?

Partiamo dal Belgio, che non vince il Giro d’Italia dal 1978, il Tour de France dal 1976, la Vuelta dal 1977. Qualcuno, giustamente, potrebbe far notare che il Belgio non è un paese di scalatori, ma di passisti veloci, resistenti e abili sulle pietre. Eppure l’ultimo belga a vincere la Milano-Sanremo è stato Tchmil nel 1999 – e Tchmil era diventato belga soltanto un anno prima, nel 1998, dopo essere stato sovietico, moldavo, ucraino.

Se il Belgio negli ultimi quindici anni è rimasto egregiamente a galla, deve tantissimo a Boonen e Gilbert. Nessuno gliene fa una colpa, beninteso, ma stiamo parlando del più grande specialista delle pietre che il ciclismo abbia mai conosciuto – Boonen – e di uno dei pochissimi corridori capaci di vincere quattro classiche monumento su cinque – Gilbert, a quota quattro classiche insieme a Kelly e De Bruyne, mentre gli unici ad averle vinte tutte e cinque sono Van Looy, Merckx e De Vlaeminck. Per intenderci: prima della doppietta di Gilbert tra il 2009 e il 2010, l’ultimo belga a vincere il Giro di Lombardia fu Alfons De Wolf nel 1980; e ancora, Vandenbroucke nel 1999 e Gilbert nel 2011 sono gli unici due belgi ad aver vinto la Liegi-Bastogne-Liegi negli ultimi vent’anni.

Sul pavé del Giro delle Fiandre e della Parigi-Roubaix va un po’ meglio. La presenza di Boonen è ingombrante, ma c’è chi ha saputo sostituirlo: Devolder, Nuyens, Vansummeren, Van Avermaet. Nel nuovo millennio, Boonen e Gilbert sono stati gli unici due belgi in grado di conquistare la maglia iridata. Quando nominiamo Vincenzo Nibali e la sua provvidenza, ricordiamoci che quello italiano non è stato il solo movimento ciclistico “salvato” dal fuoriclasse di turno.

Metti Boonen (di spalle), Van Avermaet, Gilbert e Bakelants ad un tavolino. ©deklat binnen, Twitter

Per non parlare della Francia, insieme al Belgio e all’Italia la nazione storicamente più importante del ciclismo. L’ultimo Giro d’Italia lo vinse Fignon nel 1989, l’ultimo Tour de France Hinault nel 1985, l’ultima Vuelta Jalabert nel 1995. La Parigi-Roubaix manca dal 1997, il Giro delle Fiandre dal 1992, la Liegi-Bastogne-Liegi dal 1980. Démare nel 2016 e Alaphilippe nel 2019 hanno riportato in patria una Milano-Sanremo che mancava dal 1995 e Pinot ha fatto lo stesso col Giro di Lombardia, dato che il precedente era datato 1997. Le ultime due edizioni dei campionati del mondo conquistate dai francesi risalgono al millennio scorso: nel 1994 vinse Leblanc, nel 1997 toccò a Brochard. Due mine vaganti, due outsider, due scommesse.

Che dire poi della Spagna, che ha raccolto più negli ultimi trent’anni che non nei novanta precedenti. Come detto prima riguardo alla situazione belga, lungi da noi voler fare la tara alle vittorie spagnole, ma aver avuto Indurain, Freire, Flecha, Samuel Sánchez, Sastre, Valverde, Rodríguez e Contador ha aiutato. Le conseguenze di quest’abbondanza di talento sono palesi: ad una sfilza impressionante di successi sta seguendo un periodo abbastanza asfittico interrotto di tanto in tanto da un guizzo di Valverde, che non è eterno e che sta già facendo i salti mortali per reggere l’urto dei giovani arrembanti, e da un affondo di Landa, che tuttavia qualche anno fa pareva più forte. A proposito di giovani, se Italia, Belgio, Francia e Olanda possono guardare al futuro con relativa fiducia, non può fare altrettanto la Spagna: in attesa di capire le reali potenzialità di Mas, il piatto piange e all’orizzonte non c’è nessun Flecha in grado di rappresentare il paese sul pavé.

©Stephy Contador, Twitter

L’Olanda, invece, ha due facce: quella femminile, sicura e plurititolata; e quella maschile, alla ricerca della continuità. Poels e Mollema hanno vinto rispettivamente un’edizione della Liegi-Bastogne-Liegi (mancava dal 1988) e del Giro di Lombardia (l’ultimo fu Kuiper nel 1981), ma non hanno mai recitato da prim’attori; Terpstra, che da spalla ha vinto una Parigi-Roubaix (nel 2014, tredici anni dopo Knaven) e da protagonista un Giro delle Fiandre (nel 2018, trentadue anni dopo van der Poel), sembra aver improvvisamente imboccato il viale del tramonto. In più, l’età comincia a pesare: Poels ha trentadue anni, Mollema trentatré, Terpstra trentacinque. Non sono più dei ragazzini nemmeno Langeveld, trentaquattro anni, e Kruijswijk, trentadue.

Van der Poel è una certezza da un punto di vista strettamente prestazionale, perché per il resto ancora non si è capito cosa vuole fare: forse continuare a sdoppiarsi tra strada, ciclocross e mountain bike, ma allora il suo apporto su strada sarà inevitabilmente limitato. Un po’ come quest’anno: quando è stato in corsa s’è fatto vedere e ammirare, ma da aprile ad agosto i suoi pensieri hanno abitato altrove. Groenewegen è giovane e forte, non dovrebbe dare problemi. La stessa cosa se l’augura Dumoulin, ventinove anni e una stagione da dimenticare – o da ricordare per farsi forza nei momenti peggiori: è stato il primo olandese a vincere il Giro d’Italia e l’Olanda, se non la Vuelta che manca dal 1979, gli chiede di riportare in patria almeno il Tour de France, assente dal 1980.

Nemmeno la Colombia, fresca di vittoria al Tour de France, può permettersi d’abbassare la guardia. Il primo decennio veramente importante della sua storia ciclistica è quello che si è appena concluso, dunque dovrà confermarsi ad altissimi livelli. I corridori non gli mancano di certo, ma il tempo passa anche per loro: Henao va per i trentadue, Urán per i trentatré, Quintana per i trenta ma gli ultimi due pesano come dei macigni e nel suo stato ripartire da una Professional potrebbe non pagare, dandogli addirittura la botta di grazia che lo escluderebbe dalla lotta per la vittoria dei grandi giri.

©La Voix des Sports, Twitter

Persino la Gran Bretagna, il movimento più rumoroso delle ultime stagioni, ha di che preoccuparsi. Froome deve ritrovarsi e a trentaquattro anni non è detto che ci riesca; Thomas non deve ritrovarsi perché non si è perso, ma di anni ne ha comunque trentatré; Cavendish sembra irrimediabilmente perso, fatto sta che di anni ne ha trentaquattro anche lui; Stannard, l’unica speranza inglese sulle pietre del Nord, ha trentadue anni e davanti a sé nessuna prospettiva allettante se non quella del gregariato – nobile, per carità. Il futuro non è ancora decifrabile: ai gemelli Yates manca ancora qualcosa per giocarsi una grande classica o un Tour de France, ma tra gli scalatori i capofila sono loro; per le classiche si dovrà aspettare Pidcock, talentuosissimo dilettante che arriverà nel World Tour tra il 2021 e il 2022.

Un trend estremamente positivo ce l’ha la Germania, tornata ad alti livelli grazie a Tony Martin e ai suoi velocisti e apparentemente in grado di restarci per merito di Politt e Buchmann. È anche vero che Tony Martin e quei velocisti – Degenkolb, Kittel, Greipel – si sono già ritirati o sono comunque molto vicini a farlo. E poi a fare meglio del decennio scorso – tanto talento concentrato in pochissimi corridori, il terremoto del doping, i media tedeschi che disertano il Tour de France – ci vuole poco. L’Australia, persa ormai la possibilità di vincere un grande giro con Porte, si ingozza di traguardi parziali con Ewan, Matthews e Dennis: il futuro potrebbe arriderle (Haig, Stannard, Lucas Hamilton, Hindley, O’Connor, Power) mentre il presente della pista già lo fa.

Per i movimenti ciclistici restanti valga questo discorso: pochi corridori, ma buoni. E così accontentiamo Danimarca, Slovenia, Norvegia, Polonia, Portogallo, Svizzera, Irlanda, Slovacchia, Austria, Repubblica Ceca e Russia. L’unica eccezione è rappresentata dagli Stati Uniti, che col ciclismo non hanno ancora preso le misure. Nel 2019 sono stati venti gli statunitensi nel World Tour, non così pochi: uno in più rispetto ai colombiani, due in più dei danesi, soltanto quattro in meno della Gran Bretagna. Fortissimi da giovani, a lungo andare si perdono: come se non avessero la concentrazione e l’abnegazione necessarie per durare nel tempo, per vivere diversi mesi all’anno lontano da casa, per gestire in autonomia la loro vita e la loro carriera.

©Vita Sportiva, Twitter

Detto questo, l’Italia non sembra messa così male, così peggio delle concorrenti. Se poi si vuol fare la cresta su qualche numero o su qualche nome dal – tutt’altro che – sicuro avvenire, prego, in fila c’è posto. E allora, delle due l’una: o l’Italia, di riffa o di raffa, si salva sempre, oppure non c’è nemmeno un movimento veramente in salute.

Oppure si potrebbe definitivamente accettare la realtà delle cose: il ciclismo del secolo scorso non tornerà mai più, la torta è un po’ più grande ma di commensali a tavola ce ne sono molti di più, rispetto a una volta. Dunque bisogna portare pazienza, saper fare di necessità virtù, persino accontentarsi se accontentarsi è il massimo al quale si può ambire. E guardare in casa degli altri si può, non è mica un torto: magari si scopre che la porta è sempre stata aperta e siamo stati noi a non voler entrare né guardare.

 

 

Foto in evidenza: ©CONI, Twitter

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.